LA MIA VISIONE

Nell’osservazione

Esserci, ovvero vivere, non è scontato. È di per sé già un fatto espressivo, un’azione esistenziale insita nella sola e semplice presenza del corpo.

Agire sul corpo, con il corpo, nel corpo, è venire a contatto con l’esserci, con quello che siamo unito a quello che facciamo.

 

Vivendo, facciamo delle esperienze nel mondo e ne tratteniamo una parte.

Il corpo, come una spugna, assorbe esperienza da ogni accadimento e da questa ne è plasmato, modificato, per poi riproporre quest’esperienza trasformata dalla propria individualità.

Il corpo è un dispositivo vivo che ci permette di entrare in relazione con noi stessi, con gli altri, con il mondo, restituendo una visione unica e singolare delle cose, una ri-creazione di qualcosa che include qualcosa di Sé e qualcosa fuori da sé, qualcosa di cui ha fatto esperienza e qualcosa che gli appartiene profondamente.

Il processo di ricerca parte dalla ‘spremitura del corpo’, dal coglierne l’intima essenza attraverso un ascolto attento, paziente e profondo - di noi, di noi nel mondo e di noi con gli altri. Un ascolto che equivale a sentire come il corpo e il mondo si sporcano l’uno dell’altro.

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Il movimento è il desiderio del corpo di rispondere a questo ascolto. Una reazione più che un’azione, una spinta nella direzione del dialogo in una realtà fatta di relazioni prima che di corpi, di corpi che non ricadono su se stessi ma che si ri-inscrivono continuamente in questa dinamica.

La danza, un corpo che danza non esprime il mondo. Esprime quello che lui sa sul mondo. Esprime il sentire, la percezione che ha sul mondo.

Il 'come' e 'cosa' si trasforma in lui quando ci relazioniamo, il modo in cui si pone nei confronti di quello che accade è il cuore della ricerca. Un modus operandi che si sofferma solo successivamente sulla conoscenza della tecnica del corpo, del mestiere della danza e della coreografia.

La ricerca di una libertà, sia fisica che mentale, è il punto centrale e attraente di questo percorso. La determinazione a essere veri e sinceri, prima di tutto con se stessi, traslata nel movimento, è quello che mi interessa.

 

Nella tecnica 

La ricerca sul movimento si focalizza su come unire peso, spazio e tempo in un rapporto coerente con la forma che il corpo assume, dove per forma intendo una struttura fisica dinamica che agisce in uno spazio.

'Una mente umana potrà immaginare in maniera distinta e simultanea tanti oggetti quante immagini possono formarsi simultaneamente nel suo corpo’, scrive Baruch Spinoza.

Ed è su questo principio che si basa la mia ricerca: diverso è l’immaginario e lo stato mentale del danzatore, diversa sarà la forma del corpo.

Il danzatore apre, attraverso la forma del corpo, il suo mondo interno, il suo immaginario. Lo mostra e lo concede alla visione.

È attraverso questa forma aperta, fatta non solo di tensioni, che lo spettatore può partecipare a suo modo a quello che sta accadendo.

Cercare di mettere in forma un pensiero sul movimento significa quindi tentare di avvicinare mondi interni e intimi, sia di chi guarda e sia di chi agisce. Significa tentare di creare un dialogo diretto tra due intimità.

Questa condivisione d’esperienza è resa possibile a partire da una percezione tecnica del corpo performante, da un utilizzo del corpo, preciso, dettagliato, acuto.

Solo a partire da questo tipo di percezione e da un approccio anatomico è possibile rendere un viaggio intimo un’esperienza condivisibile, e non unicamente soggettiva o auto-referenziale.

Così, il corpo del danzatore, inevitabilmente unico nella sua espressività, nel suo personale e soggettivo approccio al movimento, può essere una porta d’accesso di un discorso che lo trascende.

 

Nella pratica

L’obbiettivo del training che sta alla base del processo creativo è quello di rendere il corpo più malleabile e sensibile, pronto a cambiare ritmo, dinamica, stato. Un corpo libero di scegliere, in ogni momento e in ogni luogo, che non si nasconde nel movimento, ma che si disarma, che si pone in una condizione di fragilità, che nel momento in cui è presente e attento a se stesso, si sorprende e si scopre lui stesso di quanto che è in grado di fare o percepire.

A partire da un ‘reset’ del corpo quotidiano (tramite il respiro, la concentrazione, la variazione delle tensioni interne, etc etc) ri-entriamo nel nostro corpo in uno stato fisico e percettivo non quotidiano, ma più profondo, intimo, aperto, che ci permette di cambiare lo spazio - interno ed esterno - e il tempo nel quale il nostro corpo sta e agisce. Questo processo passa attraverso un approccio tecnico, dai principi fondamentali del linguaggio della danza che riguardano il peso, lo spazio e il tempo, e che permettono sia di condividere il percorso di training che di rientrare successivamente nell’unicità del nostro movimento e della nostra persona.

Nel luogo

Questa ricerca non prevede un luogo d’azione privilegiato. Quello che il corpo ha digerito, ha modificato, ha trasformato, può riversarsi ovunque e in qualunque circostanza, basta porsi in una condizione aperta, osservatrice, attenta alle cose che accadono e alla nostra reazione ad esse.

Il luogo del teatro, come specchio del mondo, può aiutare questo accadimento in quanto è un luogo ancor più libero da limiti prestabiliti. Uno spazio dove la spugna che ha assorbito il mondo può condividere le proprie immagini interiori o interiorizzate in modo diretto e immediato.